Come è nato “Tipologie di un amore fantasma”: riflessioni sul fumetto e il postmoderno

Come è nato “Tipologie di un amore fantasma”: riflessioni sul fumetto e il postmoderno

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Parto da una considerazione personale (discutibilissima, suppongo): il fumetto contemporaneo manca totalmente di varietà ed è totalmente incapace di percorrere strade nuove e originali rispetto ad altri medium visivi. Detto in parole poverissime: se qualcosa non è già stato fatto in cinema e/o alla TV, il fumetto non lo fa.
Mi chiedo se sia possibile che questo derivi ANCHE, IN PARTE, dal fatto che il fumetto non abbia vissuto una stagione postmoderna.
Ovvero, che a differenza della narrativa (tralascio il cinema), non sia esistito un momento autoriflessivo, metanarrativo, in cui il medium ha ragionato su sè stesso, sui propri funzionamenti, sullo scardinamento delle aspettative narrative ad esso collegato (penso al neobarocco e agli esperimenti dell’Oulipo).
L’unica opera genuinamente postmoderna a fumetti di una certa rilevanza che mi viene in mente (senz’altro ce ne saranno altre, ma non mi sembrano altrettanto rilevanti: se non siete d’accordo impiccatemi) è Watchmen: decostruzione di un genere (quello supereroistico) e secondo me, utilizzo di scrittura (sceneggiatura) vincolata, nel ripetere le stesse vignette in maniera programmatica in tutto il fumetto (Moore sarà stato anche un genio, ma non è che veniva dal nulla, eh?).

Cosa ci è andato di sfiga con quest’opera straordinariamente postmoderna? Che decostruiva i supereroi. Ovvero qualcosa di cui non fregava un cazzo a nessuno (forse frega un po’ di più oggi con lo stra-successo dei film tratti da personaggi Marvel).

Mi viene in mente anche Snake Agent di Tamburini, che fotocopiava distorcendole le strip di Agent X-9 inserendo dialoghi assurdi. Ma mi sembra sia rimasto un esperimento isolato, come molte cose ideate da quel genio di Tamburini.

Chiaro, non sono così ingenuo da pensare che sia l’unico elemento che abbia contribuito alla sostanziale mancanza di maturità del fumetto, che vedo strangolato tra il minimalismo autobiografico e l’approccio di imitazione pedissequa – e non decostruttivo/decostruzionista – dei generi, ma forse questo momento è veramente una tappa che storicamente non c’è stata.
O forse parlo solo per ignoranza, magari queste opere sono state realizzate e non le conosco io.
In ogni caso, mettiamo che io abbia ragione: sarebbe ipotizzabile pensare di applicare le riflessioni ontologiche del postmoderno (parto dalla definizione di Brian McHale in “Postmodernist Fiction”, Routledge, 1987, che definisce la differenza tra modernismo e postmoderno come un cambio di dominante, da quella epistemologica del modernismo a quella ontologica del postmoderno) OGGI, per percorrere forzatamente una tappa che al fumetto è mancata?
Probabilmente no.
Il problema più immediato che vedo è l’empatia coi personaggi. Personalmente trovo inaccettabile l’idea di leggere storie in cui i personaggi sono meri meccanismi narrativi, figure bidimensionali come nella maggior parte dei romanzi postmoderni (se avete letto Pynchon, capite cosa intendo). Eppure la riflessione metanarrativa, l’approccio della scrittura vincolata potrebbero portare molto al fumetto, in termini evolutivi e meta-riflessivi.
Si può fare?
Decostruzione e distacco postmoderno ma empatica con i personaggi emotivamente approfonditi e “reali”?
Con “Tipologie di un amore fantasma” ci ho provato.
Che ci sia riuscito è un altro discorso.

PER APPROFONDIRE:

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